Concorso in reato: basta essere consapevoli dell’illecito

Per la Cassazione, se un consulente fiscale timbra dei finti crediti tributari pur non traendone un guadagno, è passibile di condanna e di sequestro preventivo.

Non c’è bisogno di essere colti con le mani nella marmellata per essere accusati di concorso in un reato tributario: basta dimostrare che si era consapevoli dell’illecito che qualcuno, la marmellata, se la stava mangiando. Così, se un consulente sa che un suo cliente sta frodando il Fisco, pur non avendogli detto de farlo o non avendogli fornito gli strumenti, può finire nei guai. Se poi svolge in modo abituale l’attività di consulenza fiscale, c’è l’aggravante e può vedersi sequestrare dei beni pur non avendo nemmeno «pucciato» il dito nel barattolo, cioè senza aver tratto profitto dalla frode.

Con una recente sentenza, la Corte di Cassazione [1] si è pronunciata in questo senso.

Concorso in reato: quando scatta il sequestro preventivo

La Suprema Corte ha disposto il sequestro preventivo di beni mobili e immobili di un consulente fiscale per indebita compensazione. Che cos’ha fatto?

Sapeva ma non diceva. Alcune delle società per le quali prestava consulenza si prendevano il debito tributario di soggetti terzi e li compensavano con crediti finti tramite la trasmissione telematica di modelli F24. Il consulente metteva un visto di conformità e chi si è visto si è visto.

Eppure il professionista ha provato a difendersi affermando di essersi limitato a fare il suo mestiere e scaricando sui suoi clienti la responsabilità della frode, cioè dell’illecita compensazione. E ribadendo che da quell’operazione non aveva tratto alcun vantaggio economico. Pertanto, a suo dire, non aveva partecipato concretamente ad alcuna azione delittuosa.

Peccato (per lui) che la Cassazione non la pensi così. Secondo i giudici di merito, la responsabilità del consulente ricorre nel momento in cui sapeva che era in atto un’attività illecita, circostanza che non poteva ignorare nel momento in cui ha certificato i crediti.

Non solo: c’è pure l’aggravante, come disposto dalla legge [2], se un professionista o un intermediario finanziario commette questo reato durante la propria attività di consulenza attraverso l’elaborazione o la commercializzazione di modelli di evasione fiscale. In questo caso, la pena viene aumentata della metà.

Quindi, secondo la Cassazione, affinché si configuri il reato ci vogliono due condizioni: che il soggetto sia un professionista che esercita l’attività di consulenza fiscale. E che ci sia un’elaborazione o commercializzazione di modelli di evasione in forma abituale, cioè che possa ripetersi in futuro.

In virtù di tutto ciò, conclude la Suprema Corte, il concorso in reato comporta il sequestro preventivo anche nei confronti del consulente, indipendentemente dal fatto che questi si sia arricchito o meno grazie all’azione illecita.

Concorso in reato e dichiarazione infedele: cosa si rischia?

La Cassazione si era già pronunciata sulle responsabilità dei professionisti nel concorso in reato tributario. Con una sentenza del 2015 [3] aveva stabilito che un commercialista, imputato per il reato di dichiarazione infedele [4] ne deve rispondere come istigatore in quanto presta la propria opera in difformità rispetto ai suoi doveri professionali ed omette ogni adempimento utile a ripristinare la legalità, pur continuando per lungo tempo ad assistere il suo cliente. In sostanza: se il professionista oltre a sapere dell’illecito (come abbiamo visto prima) non fa nulla per evitarlo, concorre nello stesso reato e ne risponde allo stesso modo rispetto al cliente, anche se il suo coinvolgimento è stato solo marginale.

La condotta del professionista, spiega la Suprema Corte, comporta, infatti, un profitto illecito per il suo assistito che, in questo caso, si traduce in un risparmio di spesa. Pertanto, il concorso in reato tributario – si legge sulla sentenza – implica «l’imputazione dell’intera azione delittuosa e dell’effetto conseguente in capo a ciascun concorrente». Inoltre – ha stabilito sempre la Cassazione – il sequestro preventivo non è collegato all’eventuale arricchimento di ciascuna delle persone coinvolte ma alla loro corresponsabilità nella commissione dell’illecito. Risultato: tutti sono punibili allo stesso modo con il sequestro preventivo, fermo restando che tale misura non può complessivamente essere superiore al valore del prezzo o del profitto del reato in quanto non può essere più vasto della futura confisca.

Concorso in reato e fatture false: cosa si rischia?

Il professionista che registra volutamente in bilancio, in concorso con il proprio cliente, dei documenti relativi ad operazioni inesistenti è punibile per il reato di emissione ed utilizzo di fatture false. In questo caso, secondo la Cassazione [5] basta il dolo generico: proseguire nella sua consulenza anche dopo il primo esercizio «pur a fronte di evidenti segnali di irregolarità nelle operazioni svolte e della documentata evasione delle imposte», equivale, secondo la Corte, ad una condotta connotata dal dolo generico.

Inoltre, il professionista coinvolto in concorso di reato per frode fiscale rischia gli arresti domiciliari [6] in quanto consulente e materiale esecutore della trasmissione telematica delle dichiarazioni fiscali [7].

Non solo: per la Cassazione, il professionista, data la sua qualifica professionale, può essere ritenuto socialmente pericoloso e, pertanto, soggetto a misure cautelari personali.

note

[1] Cass. sent. n. 1999/2018.

[2] Art. 13-bis, co. 3, Dlgs. n. 74/2000.

[3] Cass. sent. n. 24967/2015 del 16.06.2015.

[4] Art. 110 cod. pen.

[5] Cass. sent. n. 19335/2015 dell’11.05.2015.

[6] Ex art. 284 cod. proc. pen.

[7] Cass. sent. n. 23522/2014 del 05.06.2014.

[8] Ex art. 274 comma 1 lett. c) c.p.p

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