Immigrati: è reato dire “Ve ne dovete andare via”

Aggravante dell’odio razziale anche per chi dice (in un caso di lesioni) “che venite a fare qua …. Dovete andare via”.

In un momento in cui è forte il malcontento per gli sbarchi clandestini, arriva la Cassazione a bacchettare quanti, del discorso “immigrati”, ne fanno una questione razziale piuttosto che un problema di politica internazionale e di rispetto delle frontiere. Secondo la Corte, bisogna tenere un comportamento rispettoso nei confronti degli “ospiti” che vengono dall’estero. Diversamente può scattare il reato. La sentenza di ieri [1] ammonisce: dire agli immigrati “Ve ne dovete andare via” è reato, o meglio fa scattare l’aggravante dell’odio razziale nella commissione di un reato a danno di cittadini extracomunitari. Il che significa che basta una parola minacciosa per scontare una pena più rigorosa.

La legge stabilisce la punizione:

  1. con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
  2. con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

La cosiddetta aggravante dell’odio razziale – che viene applicata quando a un illecito penale si aggiunge anche l’offesa per la provenienza etnica – non richiede un esplicito richiamo alla superiorità della razza. È sufficiente – come già la stessa Cassazione aveva precisato in passato [2] – un sentimento di avversione o di discriminazione fondato sulla razza, l’origine etnica o il colore e cioè un sentimento immediatamente percepibile volto ad escludere condizioni di parità. Basta il semplice disprezzo insomma, a prescindere se dietro lo stesso si nascondano convinzioni politiche, economiche, filosofiche, sociali o quant’altro. A giustificare la condotta non rileva neanche il fatto che l’extracomunitario sia clandestino o, al momento della condotta, stia commettendo a sua volta un illecito come, ad esempio, la vendita di contrabbando o di prodotti contraffatti.

Perché si applichi l’aggravante dell’odio razziale – si legge nella sentenza – è «irrilevante l’esplicita manifestazione di superiorità razziale»: l’aggravante riguarda anche chi usa espressioni generiche di disprezzo verso gli stranieri, come: “Che venite a fare qua… Dovete andare via“. So tratta infatti di una frase dalla chiara valenza discriminatoria se riferita a un immigrato che, proprio in virtù della sua situazione, si trova in una condizione di inferiorità psicologica. 

Per la Corte, «la circostanza aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso [3] è configurabile in linea generale in espressioni che rivelino la volontà di discriminare la vittima in ragione della sua appartenenza etnica o religiosa». Il che «non ricorre solo quando l’espressione riconduca alla manifestazione di un pregiudizio nel senso dell’inferiorità di una determinata razza, ma anche quando la condotta, per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto in cui si colloca, risulta intenzionalmente diretta a rendere percepibile all’esterno e a suscitare in altri analogo sentimento di odio etnico, e comunque a dar luogo, in futuro o nell’immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori».

Rientra in questo secondo aspetto – per il quale è irrilevante l’esplicita manifestazione di superiorità razziale – la condotta di chi grida contro un extracomunitario “Ve ne dovete andare!”. Si tratta, infatti, di frasi chiaramente espressive della volontà che i cittadini stranieri presenti ai fatti lascino il territorio italiano a causa proprio della loro identità razziale. La punizione allora è scontata: la condotta, conclude la Corte, è idonea «a manifestare pubblicamente e a diffondere, con un gesto fortemente significativo in tal senso, odio verso la presenza nel Paese di soggetti appartenenti ad altra etnia, e a porre in essere il pericolo analoghi ed ulteriori comportamenti discriminatori».

note

[1] Cass. sent. n. 32028/18 del 12.07.2018.

[2] Cass. sent. n. 25756/2015.

[3] Prevista dall’articolo 3 del Dl 26 aprile 1993 n. 122, convertito dalla legge 25 giugno 1993 n. 205.

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