Legge 104: chi è col part-time quali diritti ha?

Al lavoratore dipendente che assiste un familiare con handicap spettano tre giorni di permessi al mese nel part-time verticale dal lunedì al giovedì.

Chi assiste un familiare con handicap ha diritto a tre giorni al mese di permessi retribuiti dal lavoro. Questo sicuramente capita a chi ha un contratto full time ossia lavora tutta la giornata grazie alla famosa legge 104. Ma chi è col part-time quali diritti ha? A dare una risposta è stata una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1] che si occupa, in particolare, del part-time verticale, quello cioè in cui il dipendente lavora tutta la giornata come un dipendente a tempo pieno, ma non tutti i giorni della settimana (nel cosiddetto «part-time orizzontale», invece, il dipendente lavora tutti i giorni, ma solo mezza giornata).

Secondo l’ultima pronuncia della Cassazione, che ripercorre un precedente dello scorso anno [2] (leggi Col part-time quanti giorni di permessi 104?) ha diritto a tre giorni di permesso al mese per assistere il parente disabile il lavoratore che osserva un orario part-time verticale dal lunedì al giovedì, dalle 8,30 alle 14,30. E ciò perché la prestazione ridotta dal tempo parziale non può comprimere i diritti del dipendente che non hanno natura patrimoniale.

La minore entità dell’attività lavorativa erogata non può andare a svantaggio dei diritti del disabile che la legge 104 mira a tutelare e, con essi, indirettamente anche anche quelli dei relativi familiari che lo assistono (i cosiddetti caregiver). Dunque i tre giorni pieni di permesso dal lavoro vanno a beneficio anche di chi chi lavora non tutta la settimana, a condizione però che si tratti di un numero di giornate superiore alla metà dell’ordinario.

Risultato: il beneficio previsto dall’articolo 33 della legge 104/92 (appunto i tre giorni al mese di permesso retribuito) deve essere riconosciuto in quanto costituisce un sacrificio accettabile per il datore laddove il dipendente osserva un orario settimanale che implica una prestazione per un numero di giornate superiore al 50 per cento di quello ordinario.

La Cassazione, in pratica, ripropone l’interpretazione fornita qualche mese fa [2]. La questione è se i permessi mensili attribuiti al lavoratore (genitore di un figlio con grave handicap) debbano o meno essere riproporzionati in misura di due, invece di tre (la misura intera), nell’ipotesi in cui il genitore osservi un orario di lavoro su quattro giorni a settimana, in un part-time di tipo verticale. La Corte ricorda che il testo unico sul part-time [3] impone la non discriminazione tra i lavoratori a tempo pieno e quelli a tempo parziale: quest’ultimo, in particolare, non deve ricevere un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno. Nell’elencare i «diritti» del lavoratore col part-time che non devono subire decurtazioni a causa del ridotto orario di lavoro svolto, la legge prevede che il trattamento economico (la retribuzione globale e le singole voci; la paga feriale; i trattamenti per malattia, infortunio, maternità ecc.) può essere riproporzionato. In particolare sono riproporzionabili solo i diritti che hanno una connotazione patrimoniale (appunto lo stipnedio), mentre non lo sono quelli che appartengono a un ambito di diritti aventi una connotazione non strettamente patrimoniale, salvaguardati da qualsiasi riduzione. I permessi per assistenza a familiari disabili, nel silenzio della norma, vanno fatti rientrare tra i diritti non riproporzionabili perché non attengono a diritti patrimoniali (lo stipendio) ma a una questione sociale che è la cura delle persone con disabilità.

È questa, del resto – sottolinea la Corte – la soluzione che offre il migliore bilanciamento degli interessi in gioco, garantendo l’effettività della tutela e il rispetto dei principi dell’Unione Europea. E il permesso mensile retribuito costituisce un’espressione dello Stato sociale, che eroga una provvidenza in forma indiretta con le facilitazioni ai lavoratori che si fanno carico dell’assistenza al parente disabile grave: si tratta dunque di una misura destinata alla tutela della salute psico-fisica, dunque di un diritto tutelato dalla Costituzione, che non può essere intaccato.

Con la conseguenza che l’Inps è condannato a versare l’indennità prevista dalla legge 104 anche a chi ha firmato un contratto di part-time verticale e lavora più della metà della settimana. Al contrario, i tre giorni di permesso al mese non sono dovuti quando il dipendente osserva un orario settimanale che prevede un numero di giornate lavorative inferiore al 50 per cento di quello ordinario o una prestazione limitata ad alcuni periodi dell’anno.

 

note

[1] Cass. sent. n. 4069/18 del 20.02.2018.

[2] Cass. sent. n. 22925/17.

[3] Art. 4 del dlgs n. 61/2000.

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