Sanzioni fiscali: 10 modi per contrastare l’Agenzia delle Entrate

Contribuente in buona fede: sanzioni tributarie escluse per l’incertezza normativa dettata da norme poco chiare, prassi e giurisprudenza contrastanti.

Quando le leggi sono poco chiare e il contribuente sbaglia in buona fede non può essere punito. Questo significa che, in caso di controllo, pagherà solo le imposte a suo tempo non versate, ma non anche le sanzioni fiscali. Per stabilire però quando c’è «buona fede» è necessario che il quadro normativo sia confuso ossia che giudici e commentatori abbiano idee tra loro molto differenti e che vi sia incertezza in merito all’interpretazione corretta delle regole. Spiegato così potrebbe sembrare davvero molto ampio il ventaglio delle ipotesi per sfuggire alle sanzioni fiscali e contrastare l’Agenzia delle Entrate. Del resto, in ogni causa, se c’è un avvocato che dice bianco ce n’è uno che dice nero ed è noto che ogni tribunale ha la propria interpretazione. La stessa certezza del diritto, a volte, viene pregiudicata dall’autonomia della magistratura. Ecco perché la Cassazione è da poco intervenuta sull’argomento [1] dettando un vero e proprio decalogo per identificare quando c’è quell’incertezza normativa che salva il contribuente. In gioco c’è non già la validità dell’accertamento fiscale ma il pagamento delle sanzioni il che significa a volte una decurtazione del 50% degli importi da pagare. Ma procediamo con ordine e vediamo dunque come contestare un accertamento fiscale quando il contribuente è in buona fede.

Ignoranza incolpevole per chi è in buona fede

La legge non ammette ignoranza. Anche quella tributaria. La normativa di settore stabilisce infatti che «Nelle violazioni punite con sanzioni amministrative ciascuno risponde della propria azione od omissione, cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa». Tuttavia, se la violazione è «determinata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferiscono, nonché da indeterminatezza delle richieste di informazioni o dei modelli per la dichiarazione e per il pagamento» l’autore dell’illecito fiscale non può essere sanzionato. 

Una cosa è però parlare di incertezza normativa oggettiva e un’altra di ignoranza. Quest’ultima – a meno che non sia «inevitabile» (così dice la legge [3]) – non può mai essere perdonata. Ecco perché la Cassazione è ripetutamente intervenuta a definire quando non il contribuente in buona fede non deve pagare le sanzioni perché confuso da una legge non formulata in modo chiaro o interpretata in modo contrastante nelle aule di tribunale. 

L’incertezza normativa non è paragonabile all’ignoranza: essa presuppone infatti la conoscenza della legge con l’impossibilità tuttavia di definirne il suo corretto significato. 

Come detto, la sentenza in commento è andata a identificare quali sono i casi più tipici di incertezza normativa che genera un errore scusabile da parte del contribuente. Fra i parametri individuati dagli Ermellini, la poca chiarezza delle norme, giurisprudenza e prassi contrastanti. Ma non basta. Perfino posizioni eterogenee in dottrina possono fungere da esimente.

Quali sono i casi di incertezza normativa che evitano le sanzioni fiscali

Per la prima volta la Suprema Corte individua dei concetti per lungo tempo rimasti magmatici e confusi. In sentenza si legge innanzitutto che spetta al giudice accertare la sussistenza dei fatti “indice” che denotano la condizione di incertezza normativa. Questi fatti sono stati identificati, a titolo di esempio – e, quindi, non esaustivamente – in dieci regole fondamentali: 

  1. la difficoltà d’individuazione delle disposizioni normative, dovuta magari al difetto di esplicite previsioni di legge (si tratta dell’ipotesi più diffusa e più facile per il contribuente da dimostrare); 
  2. la difficoltà di confezione della formula dichiarativa della norma giuridica; 
  3. la difficoltà di determinazione del significato della formula dichiarativa individuata; 
  4. la mancanza di informazioni amministrative o la loro contraddittorietà; 
  5. la mancanza di una prassi amministrativa o l’adozione di prassi amministrative contrastanti; 
  6. la mancanza di precedenti giurisprudenziali che possano chiarire come una norma debba essere interpretata; 
  7. la formazione di orientamenti giurisprudenziali contrastanti, magari accompagnati dalla sollecitazione, da parte dei giudici, di un intervento chiarificatore della Corte costituzionale; 
  8. il contrasto tra prassi amministrativa e orientamento giurisprudenziale; 
  9. il contrasto tra opinioni dottrinali; 
  10. l’adozione di norme di interpretazione autentica o meramente esplicative di norma implicita preesistente.

Al contribuente raggiunto quindi da un accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate non spetterà quindi che dimostrare di ricadere in una delle seguenti ipotesi per sperare, se non di vedersi annullato l’accertamento medesimo, quantomeno di non pagare le sanzioni. 

note

[1] Cass. sent. n. 18405 del 12.07.2018.

[2] Art. 6 co. 2 d.lgs. n. 472/1997.

[3] Art. 6 co. 4 d.lgs. n. 472/1997.

Autore immagine: 123rf com

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