Abogados, nuova inchiesta su 500 italiani

Sarebbero cinquecento gli italiani che avrebbero fatto ricorso all’università pubblica spagnola Rey Juan Carlos per ottenere in maniera fraudolenta il titolo che avrebbe permesso loro di esercitare la professione forense anche nel nostro Paese. Un percorso facilitato che avrebbe permesso agli odierni indagati di ottenere una licenza spagnola, riconosciuta in tutta Europa, e di esercitare la professione forense con tutte le facilitazioni del caso. 

Gli indagati, infatti, avrebbero corrisposto la somma di euro undicimila per ottenere la validazione della laurea in legge ottenuta in Italia, un esame per test e l’iscrizione all’albo degli avvocati in Spagna, il tutto al fine di evitare i diciotto mesi di pratica forense e l’esame di abilitazione alla professione, così potendo esercitare in tutta Europa ed anche nel nostro Paese.

Su tale caso, sollevato nel 2016 dall’osservatorio per la corruzione, e che sembra possa configurare il reato di frode nella validazione del titolo di diritto, indaga il giudice istruttore del Tribunale di Madrid che ha affidato l’inchiesta all’unità di criminalità economica e finanziaria della polizia.

Non è la prima volta che l’università spagnola è al centro di casi giudiziari, essendo stata, in passato, oggetto di alcuni scandali per titoli falsi concessi ad alcuni esponenti politici spagnoli poi costretti a dimettersi.

Sulla vicenda arriva anche una dura presa di posizione del presidente del CNF, Andrea Mascherin, il quale ricorda che “l’apertura dell’inchiesta della magistratura spagnola sulle presunte condotte illecite di chi tenta di conseguire in Spagna titoli di studio fraudolenti per esercitare la professione di avvocato anche in Italia, conferma il convincimento sempre manifestato  dal Consiglio Nazionale Forense che la normativa comunitaria e quella dei singoli Stati debbano assicurare l’ingresso nell’Albo forense di professionisti in possesso delle attitudini e delle qualità tecniche e morali per l’esercizio della professione forense”.

Il CNF invita i Consigli territoriali nell’ambito delle loro competenze a verificare che il conseguimento del titolo da parte degli avvocati stabiliti sia stato acquisito nel rispetto dei requisiti imperativi della legislazione di provenienza. “L’avvocatura italiana – commenta il presidente Mascherin – segnala da tempo il problema all’Europa. Speriamo che questa ne prenda atto”.

La libertà di stabilimento non può mai legittimare “condotte abusive in danno dei tanti giovani avvocati che acquisiscono il titolo professionale all’esito di un lungo ed impegnativo percorso di formazione giuridica e deontologica”. 

(Altalex, 24 settembre 2018)

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