Manovra pensioni: novità 2019

Quali sono gli interventi previsti in materia di pensioni e previdenza nella legge di Bilancio 2019: pensione quota 100 e quota 41 e 6 mesi, pensione minima di cittadinanza.

Inizia a prendere forma la cosiddetta nuova riforma delle pensioni: si tratta dei nuovi interventi in materia di previdenza, che saranno attuati con la legge di Bilancio 2019. Tra le misure che saranno certamente attuate spicca la pensione con quota 100, ossia la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma di età e anni di contributi è almeno pari a 100, e la pensione minima di cittadinanza, grazie alla quale tutti i trattamenti Inps ammonterebbero ad almeno 780 euro mensili. Non si sa ancora, invece, se sarà attuato il blocco degli adeguamenti alla speranza di vita: grazie al congelamento dei requisiti per la pensione, non ci sarebbe, dal 1° gennaio 2019, il tanto temuto incremento di 5 mesi per maturare le condizioni (età per la pensione di vecchiaia, contributi per la pensione anticipata) necessarie al pensionamento. In forse anche la pensione quota 41 e 6 mesi, cioè la possibilità di pensionarsi, a prescindere dall’età, con 41 anni e 6 mesi di contributi. Nulla di certo, infine, sulla proroga dell’opzione donna, la nona salvaguardia e la proroga dell’Ape sociale. Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sui principali interventi della manovra pensioni: novità 2019.

Pensione anticipata quota 100

La più attesa, tra le nuove pensioni previste dalla riforma, è la pensione quota 100. Questa pensione prevede la possibilità di uscire dal lavoro quando la quota, cioè la somma di età e contribuzione posseduta dal lavoratore, è pari a 100 (ad esempio 60 anni di età più 40 anni di contributi).

In base alle più recenti proposte, però, non tutti coloro la cui quota è pari a 100 potranno pensionarsi con questo trattamento, ma potrà uscire dal lavoro solo chi possiede un requisito di età minimo pari a 62 anni e di contribuzione pari a 38 anni.

Niente pensione, quindi, per chi ha la quota 100 con 60 anni di età e 40 anni di contributi, né per chi possiede 35 anni di contributi e 65 anni di età: in base a quanto reso noto sinora, occorrerà rispettare sia il requisito minimo di età, che di contribuzione.

Secondo ulteriori proposte, sarebbe sufficiente il solo limite d’età di 62 anni, per evitare un numero di domande di pensione troppo elevato ed insostenibile, oppure il ricalcolo contributivo o misto della pensione.

Un’ulteriore proposta prevede la quota 100 selettiva, ossia riservata soltanto a determinate categorie di lavoratori, ma senza paletti legati ad età e contribuzione, e senza ricalcoli del trattamento.

Pensione quota 100: penalità

Per quanto riguarda il calcolo della pensione quota 100, alcune proposte prevedono il ricalcolo contributivo integrale, oppure per le annualità che partono dal 1996 (in questo caso si tratterebbe di ricalcolo misto). Nel caso in cui si decida di applicare il ricalcolo misto alla pensione quota 100, nulla cambierà per quei contribuenti che hanno già diritto al calcolo misto della pensione (retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, in quanto possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995), ma potrebbe portare delle penalizzazioni tutt’altro che irrilevanti per chi, possedendo almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, avrebbe diritto al calcolo retributivo della prestazione sino al 31 dicembre 2011.

Le penalizzazioni sarebbero ancora più elevate nel caso in cui si decida di applicare il calcolo integralmente contributivo: nella generalità dei casi, difatti, il calcolo contributivo della pensione risulta sfavorevole, rispetto al calcolo retributivo, perché, mentre quest’ultimo si basa sugli ultimi redditi, o sui redditi migliori, il calcolo contributivo si basa sui contributi effettivamente accreditati nell’arco della vita lavorativa. Nel calcolo retributivo si prendono in considerazione gli stipendi, che vengono rivalutati con appositi coefficienti, mentre col calcolo contributivo si prendono in considerazione i soli contributi, che vengono rivalutati secondo l’andamento del Pil italiano (quindi gli incrementi del capitale sono molto bassi).

Tuttavia, ci sono dei casi in cui conviene maggiormente il calcolo contributivo, rispetto al retributivo: questo accade, ad esempio, quando la gestione Inps presso cui è iscritto il lavoratore prende in considerazione non i redditi migliori, ma gli ultimi anni di reddito o retribuzione, e la media delle ultime retribuzioni crolla al termine della vita lavorativa.

Ad ogni modo, se alla quota 100 sarà applicato il calcolo integralmente contributivo della pensione, l’intervento risulterebbe meno impattante in quanto scoraggerebbe l’uscita anticipata dal lavoro, riducendo il numero di domande di pensione; inoltre, sarebbe molto più basso l’importo complessivo degli assegni da liquidare.

Le proposte più recenti prevedono, però, una penalizzazione pari all’1,5% per ogni anno di anticipo nel pensionamento rispetto all’età pensionabile, cioè rispetto all’età per la pensione di vecchiaia: chi ad esempio, deciderà di pensionarsi a 62 anni, subirebbe un taglio dell’assegno pari al 7,5% (1,5% per 5 anni che mancano all’età pensionabile, pari a 67 anni dal 2019).

Pensione quota 100 per gli esuberi

La pensione quota 100 potrebbe essere affiancata, secondo le valutazioni del ministero dell’Economia, a un intervento sostenuto dalle aziende e dai fondi di solidarietà: la pensione quota 100 per gli esuberi. In pratica,  i lavoratori a rischio esubero che raggiungono la quota 100 potrebbero anticipare l’uscita dal lavoro sino a un massimo di 5 anni, grazie al sostegno delle aziende, di alcuni fondi e ad appositi incentivi statali. Quest’ipotesi è stata al centro di un incontro tecnico al quale hanno partecipato, tra gli altri, l’esperto di pensioni Alberto Brambilla e il tecnico del lavoro Gianpiero Falasca.

L’intervento dovrebbe basarsi su tre fondi esuberi da istituire appositamente, Industria, Commercio e Artigianato: questi fondi finanzierebbero i prepensionamenti dei lavoratori dipendenti appartenenti ai tre settori, con un anticipo massimo nell’uscita dal lavoro pari a 5 anni, e potrebbero finanziare anche gli assegni dei destinatari dell’Ape sociale. I prepensionamenti dovrebbero dar luogo a prestazioni simili all’isopensione ed all’assegno straordinario previsti ad oggi per i lavoratori in esubero; non sarebbe applicata alcuna penalizzazione nel calcolo dell’assegno, come per l’ordinaria pensione quota 100: al contrario, dovrebbero essere considerati, nel calcolo della prestazione, anche i contributi che sarebbero stati versati sino alla data del pensionamento di vecchiaia. A sostenere i fondi dovrebbero essere le risorse derivanti dai contributi versati con finalità varie (formazione, enti bilaterali, etc.) non utilizzati. Si vorrebbe destinare allo scopo anche Fondimpresa.

Per saperne di più: Pensione quota 100 per gli esuberi

Pensione anticipata con la pace contributiva

Pensionarsi prima coprendo tutti i periodi senza contributi dal 1996 in poi, grazie a un riscatto con costi ridotti: si tratta di una nuova proposta della Lega, finalizzata ad anticipare l’uscita dal lavoro senza incidere notevolmente sulle casse pubbliche. In base a quanto reso noto sinora, i lavoratori potrebbero riscattare tutti i periodi senza contributi a partire dal 1996. Nei riscatti dovrebbero essere compresi tutti gli intervalli non lavorati e non coperti da contribuzione figurativa o da altro tipo di contribuzione, anche non compresi nelle attuali ipotesi di riscatto, come gli anni di laurea o i periodi di aspettativa non retribuita. Questo “riscatto universale” risulta di fatto più simile al versamento di contributi volontari retroattivo che al riscatto vero e proprio, considerando che non richiede particolari requisiti relativi agli intervalli di tempo non coperti da versamenti previdenziali. Il costo del nuovo riscatto, che dovrà essere calcolato col sistema contributivo, risulterà ridotto rispetto all’attuale costo del riscatto dei contributi: per questo motivo la proposta della Lega è stata ribattezzata “pace contributiva”, in analogia con la pace fiscale. La finalità del riscatto “scontato” è quella di favorire l’uscita dal lavoro, grazie all’aumento dei versamenti utili per il diritto alla pensione; l’intervento, poi, assieme all’utilizzo dei nuovi fondi esuberi, dovrebbe servire a finanziare, almeno in parte, la pensione quota 100.

Per approfondire e capire come funziona il riscatto dei contributi: pensione anticipata con pace contributiva.

Taglio delle pensioni sopra i 4500 euro

Chi si è pensionato da giovane, o comunque con un’età inferiore a quella prevista per la pensione di vecchiaia, rischia la riduzione della pensione, se il trattamento supera un determinato ammontare. In particolare, potrebbe essere interessato dal nuovo taglio delle pensioni d’oro, o meglio delle pensioni alte, chi percepisce un trattamento che supera i 4500 euro netti al mese: è quanto previsto dal recente disegno di legge sul taglio degli assegni d’oro, che prevede la riduzione dei trattamenti attraverso l’applicazione di appositi coefficienti di penalizzazione. Il taglio delle pensioni alte può superare, a seconda dei casi, il 23% del trattamento: la penalizzazione non è determinata dal ricalcolo contributivo della pensione, ma dal rapporto tra il coefficiente corrispondente all’età per la pensione di vecchiaia e quello corrispondente all’età del pensionamento. Saranno dunque tagliate le pensioni anticipate, o di anzianità, più alte; nessun taglio, invece, per le pensioni di reversibilità e invalidità, né per le vittime del terrorismo o del dovere. La penalizzazione, che riguarderà un’ampia, ma non enorme, platea di pensionati, comporterà un risparmio che servirà, in base a quanto annunciato, ad aumentare le pensioni minime, quindi a finanziare la pensione minima di cittadinanza da 780 euro al mese. Inoltre, il disegno di legge abolirà i privilegi pensionistici dei sindacalisti.

Per sapere chi subirà il taglio della pensione, e di quanto sarà ridotto il trattamento: Taglio delle pensioni d’oro.

Pensione di cittadinanza dal 2019

Il reddito di cittadinanza sarà previsto nella legge di Bilancio 2019, ma l’intervento sarà attuato in due fasi: dall’inizio del 2019, tutte le pensioni basse si trasformeranno in pensione di cittadinanza ed aumenteranno a 780 euro al mese; successivamente, da giugno o luglio 2019, tutti i cittadini senza redditi, o con redditi sotto la soglia di povertà, avranno diritto al reddito di cittadinanza da 780 euro al mese. L’attuazione in due fasi non è dovuta all’assenza di risorse, come chiarito dalla viceministro all’Economia Laura Castelli, ma alla necessaria riforma dei centri per l’impiego, che richiederà circa 4 mesi di tempo. Senza la riforma dei centri per l’impiego, riconoscere il reddito di cittadinanza non sarebbe possibile, in quanto il sussidio è subordinato all’adesione, da parte dei beneficiari, a misure di politica attiva del lavoro. I disoccupati, in pratica, dovranno impegnarsi, supportati dai centri per l’impiego riformati, nella ricerca attiva di lavoro, nella frequenza di corsi di formazione e dovranno lavorare per 8 ore alla settimana a favore del Comune di residenza.

Non è invece richiesto un impegno di lavoro per ottenere la pensione minima di cittadinanza, da 780 euro al mese, in quanto la misura interessa i soli pensionati, non più in età lavorativa. La pensione di cittadinanza dovrebbe sostituire sia l’integrazione al trattamento minimo, che ad oggi ammonta a 507,42 euro al mese, che le maggiorazioni sulla pensione, come la maggiorazione sociale e l’incremento al milione: considerando che ad oggi la pensione minima, comprensiva di integrazione al trattamento minimo, maggiorazione sociale e incremento al milione, può arrivare a 643,86 euro mensili, la differenza con la pensione di cittadinanza non sarebbe enorme. La misura, in ogni caso, dovrebbe essere applicata sia alle prestazioni previdenziali, come la pensione di vecchiaia o anticipata, che alle prestazioni di assistenza, come l’assegno sociale. Per approfondire: pensione di cittadinanza 2019.

Pensione quota 41 e 6 mesi

Assieme alla pensione quota 100, con la legge di Bilancio 2019 si vorrebbe introdurre un altro tipo di pensione anticipata, basata sulla sola contribuzione posseduta: la pensione quota 41 e 6 mesi.

In questo caso, il termine quota è utilizzato in modo improprio, in quanto la pensione quota 41 e 6 mesi si potrebbe ottenere senza alcun limite di età, solo con 41 anni e 6 mesi di contributi.

Attualmente esiste già una pensione molto simile alla quota 41 e 6 mesi, la pensione quota 41; questo trattamento è però riservato a particolari categorie di lavoratori precoci (cioè a coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro versati prima del compimento del 19° anno di età): disoccupati di lungo corso, invalidi dal 74%, caregiver e addetti ai lavori gravosi e usuranti. Bisogna poi precisare che ad oggi la pensione anticipata dei lavoratori precoci si può ottenere con 41 anni di contributi, ma dal 2019 ne saranno richiesti 41 anni e 5 mesi.

Sarà possibile estendere questa pensione agevolata a tutti? La fattibilità dell’intervento sarà valutata a breve.

Blocco requisiti pensione dal 2019

In base alla normativa attuale, dal 1° gennaio 2019 tutti i requisiti per la pensione soggetti all’adeguamento alla speranza di vita aumenteranno. Nello specifico:

  • l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria passerà da 66 anni e 7 mesi a 67 anni (ad eccezione degli addetti ai lavori gravosi e degli addetti ai lavori usuranti con almeno 30 anni di contributi);
  • l’età per la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità diverrà pari a 61 anni per gli uomini ed a 56 anni per le donne, anziché restare ferma a 60 anni e 7 mesi ed a 55 anni e 7 mesi;
  • l’età per la pensione di vecchiaia contributiva, che richiede soli 5 anni di contributi, passerà da 70 anni e 7 mesi a 71 anni;
  • l’età per la pensione anticipata contributiva passerà da 63 anni e 7 mesi a 64 anni;
  • gli anni di contributi necessari per la pensione anticipata ordinaria saliranno da 41 anni e 10 mesi a 42 anni e 3 mesi per le donne, e da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 3 mesi per gli uomini;
  • gli anni di contributi necessari per la pensione anticipata precoci saliranno a 41 e 5 mesi.
  • l’età per la pensione di vecchiaia in totalizzazione passerà da 65 anni e 7 mesi a 66 anni;
  • gli anni di contributi per la pensione di anzianità in totalizzazione saliranno da 40 e 7 mesi a 41;
  • nessun aumento è previsto per la pensione di anzianità degli addetti ai  lavori usuranti sino al 2026.

Per sapere, nel dettaglio, come cambieranno i requisiti nel 2019: Pensione 2019 che cosa cambia.

Tuttavia, è allo studio dell’esecutivo una nuova proposta, che vorrebbe bloccare, per alcuni anni, gli adeguamenti alla speranza di vita. In questo modo, i requisiti per la pensione non cambierebbero rispetto agli attuali. Il blocco dovrebbe riguardare almeno il biennio 2019-2020.

Proroga opzione Donna

Uno degli interventi che si vorrebbero attuare con la riforma pensioni consiste nella  proroga dell’opzione donna, una speciale pensione agevolata dedicata alle sole lavoratrici, che possono anticipare notevolmente l’uscita dal lavoro in cambio del ricalcolo contributivo della prestazione.

Ad oggi, per potersi pensionare con opzione donna devono essere rispettati precisi requisiti di età:

  • per le lavoratrici dipendenti, è necessario aver raggiunto 57 anni e 7 mesi di età entro il 31 luglio 2016, e 35 anni di contributi al 31 dicembre 2015; dalla data di maturazione dell’ultimo requisito alla liquidazione della pensione è prevista l’attesa di un periodo, detto finestra, pari a 12 mesi;
  • per le lavoratrici autonome, è necessario aver raggiunto 58 anni e 7 mesi di età entro il 31 luglio 2016, e 35 anni di contributi al 31 dicembre 2015; dalla data di maturazione dell’ultimo requisito alla liquidazione della pensione è prevista l’attesa di un periodo di finestra pari a 18 mesi.

In pratica, possono ottenere la pensione le dipendenti che hanno compiuto 57 anni e le autonome che hanno compiuto 58 anni entro il 31 dicembre 2015, se possiedono 35 anni di contributi entro la stessa data.

Con la proroga dell’opzione donna si vorrebbe far diventare strutturale questo trattamento, rendendo così possibile ottenere la pensione per tutte le lavoratrici con un minimo di 57 anni e 7 mesi (o 58 anni e 7 mesi) di età, eventualmente adeguabili all’aspettativa di vita, e 35 anni di contributi.

Alcune proposte parlano invece di un’età più elevata per accedere all’opzione donna, pari a 63 anni, ma con minori penalizzazioni legate al calcolo della pensione.

Nona salvaguardia

Tra i vari interventi previsti per il 2019, volti a limitare le conseguenze negative della Legge Fornero, è stata ipotizzata anche la proroga degli interventi di salvaguardia.

In particolare, dovrebbe essere attuata una nona salvaguardia per consentire la pensione con le vecchie regole, cioè con le regole precedenti all’entrata in vigore della Legge Fornero: di anno in anno, a partire dal 2012, data di entrata in vigore della Riforma Fornero, si sono difatti succeduti otto decreti di salvaguardia.

La nona salvaguarda dovrebbe tutelare le stesse categorie beneficiarie dell’ultima salvaguardia, ossia:

Proroga Ape volontario

Nel 2019 potrà ancora essere richiesto, senza necessità di un’apposita previsione nella legge di Bilancio, l’Ape volontario, ossia l’anticipo pensionistico che consente l’uscita dal lavoro con 3 anni e 7 mesi di anticipo rispetto alla maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

L’Ape volontario è ottenuto grazie a un prestito bancario, il cosiddetto prestito pensionistico, un finanziamento che deve essere restituito in 20 anni, una volta perfezionati i requisiti per la pensione.

Il trattamento è esentasse: ciò significa che l’assegno ricevuto mensilmente a titolo di Ape non ha trattenute tributarie, non essendo gravato dalle imposte.

L’Ape volontario, al contrario dell’Ape sociale, cioè all’anticipo a carico dello Stato, non è uguale alla futura pensione (con il tetto massimo di 1500 euro), ma può arrivare:

  • al 75% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’Ape è superiore a 36 mesi;
  • all’80% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’Ape è superiore a 24 e pari o inferiore a 36 mesi;
  • all’85% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’Ape è compresa tra 12 e 24 mesi;
  • al 90% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’APE è inferiore a 12 mesi.

L’Ape volontario determina un taglio della futura pensione: la penalizzazione non è soltanto dovuta ai costi di restituzione di prestito pensionistico, ma anche all’assicurazione obbligatoria per il rischio di premorienza e al contributo per il fondo di garanzia.

Proroga Ape sociale

Ad oggi, non è stato prorogato l’Ape sociale, cioè l’anticipo pensionistico a carico dello Stato, che come l’Ape volontario consente l’uscita dal lavoro con 3 anni e 7 mesi di anticipo rispetto alla maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia. Tuttavia, alcune recenti proposte parlano della possibilità di rifinanziare l’Ape sociale.

In ogni caso, anche se l’ultima possibilità di inviare le domande per quest’agevolazione scadeva il 15 luglio 2018, si possono inviare domande tardive sino al 30 novembre 2018. Per sapere quali sono i requisiti necessari per accedere all’agevolazione: Ape sociale, i requisiti.

Pensione per gli addetti ai lavori usuranti e notturni

Restano infine invariati, nel 2019, i requisiti per accedere alla pensione agevolata a favore degli addetti a mansioni usuranti e turni notturni. Questa pensione di anzianità, lo ricordiamo, si può raggiungere con un minimo di 35 anni di contributi e di 61 anni e 7 mesi di età.

Nel dettaglio, per ottenere la pensione di anzianità, è necessario che il lavoratore maturi i seguenti requisiti, validi sino al 31 dicembre 2026 (non si applicano gli adeguamenti alla speranza di vita):

  • quota pari a 97,6, con:
    • almeno 61 anni e 7 mesi d’età;
    • almeno 35 anni di contributi.

Dalla maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione non è più necessario attendere la cosiddetta finestra, pari a 12 mesi per i dipendenti e a 18 mesi per gli autonomi, perché è stata abolita dalla Legge di bilancio 2017.

Se l’interessato possiede anche contributi da lavoro autonomo, i requisiti sono aumentati di un anno.

Hanno diritto alla pensione d’anzianità anche i lavoratori adibiti a turni notturni, ma le quote sono differenti a seconda del numero di notti lavorate nell’anno.

Per saperne di più: Pensione addetti ai lavori usuranti ed ai turni notturni.

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