Mansioni inferiori al proprio livello: che fare?

Quando sorge un rapporto di lavoro una delle prime cose su cui l’azienda ed il lavoratore si accordano è cosa deve fare il lavoratore. L’insieme delle attività che il lavoratore si impegna ad effettuare nell’ambito del rapporto di lavoro costituisce le mansioni del lavoratore. Il lavoratore deve tendenzialmente svolgere le mansioni per le quali è stato assunto ma può accadere che venga adibito a mansioni diverse, a volte inferiori. In questo caso, la variazione di mansioni può essere legittima o illegittima e possono sorgere delle conseguenze legali a carico del datore di lavoro.

Le mansioni sono le attività materiali che il lavoratore si impegna a svolgere a favore del datore di lavoro nel momento in cui viene assunto. Può accadere che, durante il rapporto di lavoro, il datore del lavoro modifichi le mansioni attribuite al lavoratore, attribuendogli mansioni diverse. In questi casi occorre verificare se le mansioni attribuite sono superiori o inferiori, ossia, se corrispondono ad un livello di inquadramento inferiore o superiore rispetto a quello per il quale il lavoratore è stato assunto. Le conseguenze della variazione delle mansioni cambiano, infatti, a seconda che le nuove mansioni attribuite siano superiori o inferiori. Se il lavoratore viene adibito a mansioni inferiori rispetto al proprio livello: che fare?

Cosa sono le mansioni?

Quando inizia un rapporto di lavoro la prima cosa che azienda e dipendente mettono in chiaro è che cosa deve fare il dipendente e, quindi, per quali mansioni viene assunto. Le mansioni vengono indicate nel contratto individuale di lavoro oppure, per individuarle, si rimanda al contratto collettivo nazionale di lavoro.

In questa seconda ipotesi il lavoratore deve verificare qual è la sua categoria (cioè dirigente, quadro, impiegato o operaio) e livello di inquadramento (a seconda dei contratti collettivi è espresso in numeri romani I, II, II, IV, oppure in lettere A, B, C, D, etc.) nonché il ruolo (in inglese job title) per cui è stato assunto (ad es. cassiere comune), cercarlo nel contratto collettivo di lavoro nella voce inquadramento del personale, e verificare quali mansioni sono previste per quel ruolo, quella categoria e quel livello di inquadramento.

Le mansioni possono essere modificate?

La legge stabilisce, come regola generale, che il lavoratore deve essere chiamato a svolgere le mansioni per cui è stato assunto [1].

In realtà è sempre possibile la modifica delle mansioni in senso più favorevole al lavoratore, ossia, l’attribuzione di mansioni superiori che corrispondono ad un superiore livello di inquadramento. Questo è possibile, però, per un periodo di tempo limitato, pari al massimo a 6 mesi o per il diverso periodo stabilito dal contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro. In ogni caso, per il periodo in cui viene adibito a mansioni superiori, il lavoratore ha diritto allo stipendio corrispondente al superiore livello a cui appartengono le mansioni. Facciamo un esempio. Nel contratto collettivo del commercio il cassiere comune è inquadrato al quarto livello. L’azienda chiede ad un cassiere comune di quarto livello di assumere il ruolo di cassiere principale, coordinando più casse che risulta inquadrato, nel contratto collettivo, al secondo livello. Questo cambiamento delle mansioni è legittimo ma solo se al cassiere viene corrisposto lo stipendio relativo al secondo livello, nel periodo in cui esercita le mansioni di cassiere principale. Inoltre, il contratto collettivo del commercio prevede un periodo massimo di tre mesi per lo svolgimento delle mansioni superiori. Decorsi tre mesi, dunque, o il cassiere torna a fare il cassiere comune oppure la sua adibizione a cassiere principale di secondo livello diventa definitiva e permanente e l’azienda dovrà, dunque, modificare il livello di inquadramento (e il relativo stipendio) passando dal quarto al secondo.

In generale è invece vietato adibire il dipendente a mansioni inferiori. Riprendendo il nostro esempio, il cassiere comune di quarto livello non potrebbe essere adibito alle mansioni dell’addetto al centralino telefonico che è inquadrato al quinto livello del contratto collettivo di lavoro.

Ci sono solo due casi in cui l’azienda può adibire il dipendente a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore (e quindi, nel nostro esempio, da cassiere di quarto livello a receptionist di quinto livello) e cioè quando:

  1. ci sono modifiche dell’organizzazione aziendale che incidono sulla posizione del lavoratore, ad esempio, la società automatizza le casse acquistando delle casse automatiche e dunque il posto di lavoro del cassiere viene soppresso [2];
  2. si verifica una ipotesi per la quale il contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto di lavoro prevede la possibilità di adibire il dipendente a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore [3].

In ogni caso, anche se nelle due ipotesi appena citate è legittimo modificare le mansioni del dipendente, quest’ultimo conserva il livello e la retribuzione. Per tornare al nostro esempio, il cassiere di quarto livello svolgerà mansioni corrispondenti al receptionist di quinto livello ma rimarrà inquadrato nel quarto livello e manterrà intatto il proprio stipendio. Le uniche voci dello stipendio che potrà perdere sono quelle legate a particolari modalità di svolgimento del lavoro. Ad esempio, se il cassiere percepiva l’indennità di cassa (una voce di stipendio che viene pagata ai cassieri per coprire il rischio che corrono maneggiando denaro) questa voce stipendiale verrà persa perché operando come receptionist non ha più diritto a quell’indennità.

Che fare se vengono modificate le mansioni?

In caso di modifica delle mansioni in senso peggiorativo, e cioè quando il dipendente viene assegnato a mansioni inferiori, lo stesso ha diritto a rivolgersi al giudice del lavoro per chiedere l’immediata cessazione del comportamento del datore di lavoro e il risarcimento del danno subito [4].

Occorre, infatti, considerare che venendo adibiti a mansioni inferiori si subisce il cosiddetto danno da demansionamento che consiste:

  • nel danno patrimoniale, consistente, ad esempio, nella perdita di chances sul lavoro;
  • nel danno non patrimoniale che consiste, ad esempio, nella perdita della professionalità acquisita e nel danno d’immagine che deriva dall’essere stati declassati ad un livello inferiore di inquadramento.

Come in ogni azione di risarcimento è il lavoratore che deve provare il danno.

Il danno può essere provato con documenti, testimoni ma anche usando delle presunzioni, ossia, degli argomenti che non hanno una certezza assoluta ma una elevata probabilità di essere verificati. Ad esempio, costituisce una presunzione affermare che, sicuramente, un lavoratore adibito a mansioni di receptionist avrà meno chances di trovare un lavoro come cassiere, ecc.

note

[1] Articolo 2103, comma 1, c.c.

[2] Articolo 2103, comma 2, c.c.

[3] Articolo 2103, comma 4, c.c.

[4] Cassazione, 4 ottobre 2017, n. 23189.

[5] Articolo 16 della Legge n. 689/1981.

Autore immagine: 123rf com

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