Nome falso su internet: che si rischia?

Fingere di essere un’altra persona su internet è reato di sostituzione di persona: ecco tutte le condotte che ricadono nell’illecito penale.

Hai mai pensato a quali potrebbero essere le conseguenze se, un giorno, dovessi aprire un account su un social network o su una piattaforma fornendo le generalità di un’altra persona e non le tue? Immagina, ad esempio, di aprire un profilo Facebook con il nome e cognome di un tuo amico o di voler vendere un oggetto su e-Bay e di identificarti come Mario Rossi, che in realtà non sei tu ma il tuo vicino di casa. Cosa si rischia per un nome falso su Internet? Spesso, la ricerca dell’anonimato, giustificata dalla protezione della propria privacy, ci fa compiere scelte non conformi alla legge, come quella di sostituire, alla nostra identità, quella di un altro soggetto. Non solo: c’è anche chi si attribuisce delle qualifiche o delle qualità che non gli sono proprie. Ad esempio è il caso di chi, tra le proprie referenze, dichiara falsamente di essere il direttore di un’importante azienda (magari per far colpo su qualche ragazza o per attribuirsi un’importanza superiore) o di essere ad esempio celibe quando invece è coniugato. Tutte queste ipotesi rientrano nel raggio di azione del medesimo reato: quello di «sostituzione di persona». A ricordarlo è una recente sentenza della Cassazione [1].

Non è la prima volta che la Corte si trova costretta a condannare chi fornisce un nome falso su internet, a dimostrazione che tale condotta è ritenuta – a torto – un illecito non grave. Invece il codice penale [2] prevede la reclusione fino a un anno: mica poco per un’azione che si può realizzare in pochi secondi e, a volte, senza l’intenzione di nuocere il soggetto “sostituito”. 

I giudici supremi hanno più volte insegnato che il reato di sostituzione di persona scatta tutte le volte in cui una persona crea e poi utilizza un account o una casella email nonché si iscrive a una piattaforma (ivi compreso un sito di e-commerce) servendosi dei dati anagrafici di un soggetto diverso, il quale ovviamente è all’oscuro di ciò, con il fine di far ricadere su quest’ultimo le conseguenze delle proprie azioni illecite (ad esempio un inadempimento contrattuale). È questo il caso di chi, conoscendo gli estremi della carta d’identità della vittima, assume a suo nome un finanziamento e poi non lo restituisce o sottoscrive un abbonamento. 

Non sono poche le persone che si sono trovate segnalate negli elenchi dei cattivi pagatori (come quelli di Crif o della Cai) senza aver mai firmato alcuna carta, solo perché avevano perso il portafogli con all’interno i documenti d’identità, o sono caduti nella rete di qualche criminale informatico. È ad esempio ricorrente la truffa dell’offerta lavorativa: la vittima viene raggiunta da un’email o da un messaggio pubblicitario in cui si propone un’attività retribuita o un casting per una trasmissione televisiva; viene nello stesso tempo richiesta una copia della carta d’identità e della patente (oltre al curriculum). Ottenuti tali documenti, il malfattore accede a mutui e prestiti di ogni genere a nome altrui.

Non c’è bisogno di voler conseguire facili guadagni per essere denunciati del reato di «sostituzione di persona». Secondo la Cassazione infatti [3] anche fingere di essere single è reato. Qui l’illecito vantaggio è ovviamente quello di carpire la buona fede di chi crede di intrattenere una relazione con una persona libera da impegni coniugali e con cui, pertanto, costruire un rapporto solido e stabile. 

Mentire agli altri sulle proprie attribuzioni è reato anche quando si falsifica il curriculum. Si pensi a chi finge di rivestire il ruolo di capo del personale di un’azienda o di essere l’amministratore delegato di una società importante. Anche in questi casi, porre in essere una condotta con siffatta modalità è prova che l’agente ha volontariamente sostituito, per la generalità degli utenti in connessione, alla propria identità quella di altri. Addirittura, se lo scopo della falsa attribuzione è avere un rapporto sessuale con una donna, scatta il reato di violenza sessuale [4].

C’è poi chi crea una falsa email o un account Facebook spacciandosi per un altro soggetto per trarre in inganno il destinatario o per danneggiare il sostituito e pregiudicarne la reputazione: anche questo comportamento viene punito penalmente [5]. 

note

[1] Cass. sent. n. 42572/18 del 27.09.2018.

[2] Art. 493 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 34800/16.

[4] Cass. sent. 55481/17 del 13.12.2017.

[5] Cass. sent. n. 46674 del 14.12.2007

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