Virgin: storie di vita in palestra

Like a Vergin. Cosa succede a chi si iscrive in una palestra Virgin: ecco il divertente resoconto di Sabrina Russo.

Dopo un’accurata analisi di mercato e vari sopralluoghi, tre settimane fa ho deciso di cambiare palestra. Mi ero autenticata sul loro sito solo per verificare i prezzi, ma da quel momento sono iniziate pressioni così serrate che secondo me era configurabile il reato di stalking.

Alla fine, l’ambiente luminoso e pulito, gli attrezzi nuovi di zecca, la numerosità dei corsi e il parcheggio riservato mi hanno convinto. E puoi prenotare e disdire tramite app, anzi devi, perché se non lo fai ti cazziano. E c’è un fantastico braccialetto elettronico con cui si alza la sbarra del parcheggio, si passa dal tornello all’ingresso e sul display compare la scritta ‘welcome Sabri’ che ti fa sentire importante e si aprono pure gli armadietti negli spogliatoi. Niente, era da quando mio padre ha comprato il primo televisore con il telecomando negli anni Ottanta che non mi meravigliavo così tanto.

Il primo giorno, dopo aver parcheggiato accanto ad un tipo, ho preso l’ascensore con lui. Era un bell’uomo sulla cinquantina, alto, con la barba brizzolata. Entrando ho detto qualcosa, una battuta stupida delle mie ché non riesco mai a stare zitta. Lui si è limitato a mugugnare guardando un punto fisso davanti a sé ed io ho pensato ‘miiiii se se la tirano tutti così mi sa che ho sbagliato palestra’. Quando si sono aperte le porte dell’ascensore sono andata via senza salutarlo, ché già è tanto che non gli ho menato.

A fine lezione, quando sono ritornata a prendere la macchina, quel tipo mi aveva lasciato un bigliettino carino contenente complimenti e il suo numero di telefono. È stato a quel punto che ho pensato di aver scelto la palestra giusta perché, tra le altre cose, sembrava che si rimorchiasse a manetta, che è un valore aggiunto diciamoci la verità. Certo, peccato che da quel giorno nessun altro mi abbia più rivolto la parola neanche per dirmi ‘scusa se ti ho buttato sul piede questo bilanciere da cinquanta chili’, niente proprio. Fine. Da cigno a brutto anatroccolo è stato n’attimo.

Meno male che c’è Marco, il personal trainer classe ‘91, bello come il sole dei Caraibi ad aprile, sexy come un tentatore di Tempration Island, che incurante dei miei undici mesi di tristissima singletudine, sadicamente si inginocchia davanti a me mentre faccio gli squat e con le dita mi corregge l’apertura delle gambe. La cattiveria proprio.

E poi c’è una categoria che non si estingue: le coppie che frequentano la stessa lezione, si sorridono attraverso lo specchio, si scambiano un bacetto alla fine di ogni serie, si aiutano ad alzarsi dal tappetino dopo aver fatto gli addominali per poi baciarsi di nuovo. Ah una bella craniata decisa, solo una e poi basta. Quello che si allena con la camicia bianca a maniche lunghe slim merita un post a parte, ora voglio parlare degli spogliatoi.

I maschietti immaginano qualcosa di molto simile ad una sfilata di Victoria’s Secret. Niente di più lontano dalla realtà. Facciamo la fila da Intimissimi ma i completini carini li mettiamo solo quando siamo sicure di copulare, se no non si spiega.

La regola della lunghezza dei pantaloni è una soltanto: quelle che usano i leggins lunghi hanno i peli su tutte le gambe, quelle che li usano al ginocchio, hanno i peli solo sopra. In tutte le palestre ci sono quelle che dopo un’ora di step in cui suda pure chi si limita a guardare, si rimettono i vestiti, si spruzzano il deodorante, un colpo di rossetto e sono pronte per tornare a casa, almeno spero. Pullulano i tatuaggi fatti grossolanamente da esperti decoratori di torte. E comunque se hai un tatuaggio sulla chiappa ti fanno lo sconto, se no non si spiega perché siano così diffusi.

Ma la cosa più bella degli spogliatoi della mia nuova palestra è che ci sono sei ambienti diversi, ciascuno pieno su due lati e su due piani di armadietti numerati che si aprono e si chiudono con il magico braccialetto. Quindi alla fine di ogni lezione ti devi ricordare: l’ambiente, il lato, il numero, l’altezza. Le ventenni che già le odi perché hanno il fisico di Barbie fior di pesca, vanno dritte al loro armadietto, le trentenni tentennano, le quarantenni fanno un paio di tentativi, le cinquantenni vagano per gli ambienti avvicinando il braccialetto a caso sperando in un colpo di fortuna.

E poi ci sono io, che mi siedo finché non vanno via tutte e a quel punto capisco che l’unico armadietto che rimane chiuso è il mio. E a quel punto posso andare a cercare la macchina nel parcheggio, in uno dei tre piani del parcheggio. Nell’ala destra o sinistra di ciascun piano. E quando finalmente trovo pure la macchina, tutte le volte guardo se c’è un bigliettino, ma niente.

Mi sa che anche in questa palestra mai ‘na gioia.

di SABRINA RUSSO

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